Lo Schema di regolamento recante “ criteri generali per la disciplina del dottorato di ricerca” presentato lo scorso novembre dal ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi, mette finalmente mano, dopo 27 anni dalla sua istituzione e dopo le riforme parziali introdotte dalla legge 210/98, all’istituto del dottorato di ricerca.
Si tratta di una novità importante e attesa, visti i cambiamenti intervenuti nel frattempo sia fuori, sia soprattutto dentro l’Università italiana.
Al tempo della sua istituzione il dottorato di ricerca rappresentava infatti, e senza dubbio, la porta d’ingresso per la carriera universitaria e, più in generale, un titolo pensato per essere speso prevalentemente all’interno del mondo della ricerca.
Oggi, a 22 anni dall’attivazione del suo primo ciclo, la scarsità di studi che abbiano analizzato i percorsi professionali dei dottori di ricerca non consente di sapere con certezza se effettivamente – e in quale misura – il dottorato di ricerca abbia rappresentato il primo gradino della carriera da ricercatore, sia dentro sia fuori dall’Università. L’impressione è peraltro quella che sempre più nelcorso del tempo il legame tra il conseguimento del dottorato e l’ingresso nel mondo della ricerca si sia fatto oltremodo labile.
Alcuni dati possono del resto suffragare quest’impressione: nell’anno accademico 2000/01 i corsi di dottorato di ricerca in Italia erano 21.128; nell’a.a. 2005/06 questa cifra si era quasi raddoppiata, attestandosi a 38.262.
Ancora più significativo il dato relativo al numero dei posti banditi per ogni ciclo, cresciuto negli ultimi anni in modo esponenziale: erano 4.687 per l’anno accademico 1998/99; diventano 13.027 (e cioè poco meno del triplo!) per l’a.a. 2004/05.
Come conseguenza di quest’incremento, è aumentato anche il numero di coloro che, alla fine dei tre (o quattro) anni di dottorato, hanno conseguito il titolo: erano 4.078 nel 2000; sono diventati 9.604 nel 2005.
Si riscontra dunque, in questi ultimi anni, una tendenza –sulla quale sarebbe qui difficile esprimere, in poche righe, un giudizio alla moltiplicazione del numero dei dottorati di ricerca, così come del numero dei dottorandi, anche in virtù dell’ampliamento della possibilità di finanziare borse di dottorato sui fondi di ricerca. Tale tendenza alla moltiplicazione si è peraltro rivelata decisamente incongrua rispetto –ad
esempio– alle necessità legate al turn–over del personale docente in servizio in Università. Anzi, il rapporto CNVSU del 2006 afferma che pur a fronte di un incremento di personale docente verificatosi nel periodo dal 1999 al 2006, “le risorse rese disponibili dal turn-over sono state utilizzate in misura prevalente, pur con comportamenti disomogenei tra i diversi atenei, per operazioni di “scorrimento” ai livelli superiori del proprio personale già in servizio”. Non dunque per nuove immissioni.
In questo quadro si inserisce la riforma presentata dal Ministro Mussi la quale anzitutto trasforma il dottorato di ricerca in “terzo livello della formazione universitaria” dopo le lauree di I e II livello.
“L’obiettivo di sistema [diventa] un numero adeguato di titoli di dottorato rilasciati ogni anno […] [che apra] un vero reclutamento di dottori di ricerca nelle professioni più qualificate, con funzioni di ricerca o di competenza elevata collegata alla ricerca. Un livello di partenza intorno ai 10.000 dottori di ricerca l’anno, dei quali la metà circa entri in tenure track nel sistema pubblico allargato, e la metà nella ricerca delle imprese e nelle attività professionali”.
Da tale dichiarazione d’intenti risulta chiaro che quella che si vuole realizzare è una riforma dell’istituto che lo trasformi in qualcosa di diverso da quanto era in origine, al fine di superare una delle sue più gravi ed estese patologie: “l’incertezza sulle finalità e gli obiettivi” derivante dalla concomitanza di due fattori: le ricordate e sempre crescenti difficoltà di assorbimento dei dottori di ricerca da parte del sistema di ricerca pubblica e la pressoché totale non spendibilità del titolo al di fuori di tale circuito.
In coerenza con le finalità dichiarate e per dare loroattuazione, lo schema Mussi introduce le Scuole di dottorato,pensate come lo strumento per ridurre la frammentazione esistente e portare avanti un’“attività di formazione comune per tutti i dottorandi di una scuola”.
Ad oggi, infatti, salvo rare e virtuose eccezioni, i dottorati di ricerca italiani prevedono un’attività formativa assai limitata. Se dunque tale riforma riceverà attuazione, i dottorandi, che oggi non raramente vengono lasciati a loro stessi o, all’opposto, sono utilizzati –prevalentemente nei laboratori–
in modo forsennato esclusivamente per l’attività di ricerca da una parte e per lo svolgimento di attività didattica ausiliaria dall’altra, diventeranno destinatari di un progetto formativo dal respiro internazionale e dalla spendibilità –una volta ultimato– in più direzioni, tenuto conto che la normativa lascia prevedere che si debba trattare di un progetto di formazione non eccessivamente specialistico.
Giusto per fare un esempio che getti un po’ più di luce su quest’ultimo aspetto, se oggi a Pavia –che ha già dato vita, in via sperimentale, alle scuole– i dottorati sono 35, le scuole sono solamente 5: ognuno dei 35 dottorati è stato inserito in una delle 5 scuole e tutti i dottorandi ad esso afferenti dovrebbero ricevere, in larga misura, la formazione destinata ai colleghi degli altri dottorati inseriti all’interno della medesima scuola.
Vale infine la pena di chiedersi se lo Schema di regolamento, che, amio avviso, rappresenta un sicuro passo avanti, potràconoscere un’effettiva traduzione nella realtà.
Omettendo le questioni più squisitamente tecniche, ciò che balza agli occhi è anzitutto che la riforma sembra pensata a costo zero; il che non lascia ben sperare soprattutto per ciò che attiene l’attività formativa.
Troppo debole, inoltre, appare il sistema dei controlli di qualità sulle Scuole di Dottorato, affidato all’istituenda Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), il cui operato sembra prefigurarsi come troppo strettamente legato e per certi versi dipendente da quello dei Nuclei di Valutazione esistenti nei singoli Atenei. Se così fosse si configurerebbe un processo di valutazione fortemente indebolito, di fronte al quale sarebbero facilitati quanti preferirebbero che la riforma rimanesse lettera morta.
Visti i rapidi accenni contenuti nello Schema di regolamento, resta poi da definire pressoché completamente –e non sarà impresa facile– il rapporto tra le Scuole di dottorato e il mondo esterno all’Università, che dovrebbe accogliere buona parte dei dottori di ricerca. E sarà questo, a mio avviso, il punto nodale sul quale dovranno essere misurati successo e insuccesso di
una riforma che se non altro ha provato ad indicare, per l’istituto del dottorato di ricerca –e per le vite dei dottorandi–, una via d’uscita dal limbo nel quale oggi si trovano.